La vittoria di Inzaghi: l’orgoglio laziale e quella ritrovata appartenenza

FOTO TEDESCHI
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di Valentina Pochesci

“Nell’ombra, il ragazzo incontra l’uomo”, cantavano gli U2 nel loro album d’esordio. Una splendida immagine per descrivere quel difficile, fragile passaggio dalla giovinezza alla maturità. E stato così per Simone Inzaghi: questa che è appena volta al termine è stata la sua prima vera stagione adulta. La stagione in cui si è finalmente scrollato di dosso i vari e stucchevoli Simoncino, Inzaghino ed è rimasto semplicemente Simone Inzaghi.
È cominciato tutto nell’ombra di un’estate rovente: non solo quella delle montagne di Auronzo di Cadore, tra mal di pancia e malumori sparsi, ma anche quella scomoda e ingombrante del Loco Bielsa, annunciato tra grandi clamori e poi scoppiato come una bolla di sapone. Inzaghi si è ritrovato proprio lì, al centro di quella bolla, e sotto una gigantesca nuvola scura che lo voleva spacciato prima ancora di iniziare. “Troppo giovane, troppo inesperto”, si diceva, e invece. E invece Simone è uscito fuori dall’ombra e si è preso il sole.
Perché in realtà lui non è mai stato all’ombra di nessuno. Né del fratello Pippo, che da sempre non gli è davanti ma piuttosto accanto: un fratello che lo tiene per mano passo passo, e che ora gli concede con gioia il privilegio di essere lui il maggiore, calcisticamente parlando s’intende. Né l’ombra di qualsiasi suo predecessore, né l’ombra dell”ombra loca”.
Si è preso il sole, Inzaghi. E la Lazio. Dove per Lazio s’intende il sangue, il cuore di un popolo che sceglie di seguirlo sapendosi in buone mani. La gente laziale si è fatta trascinare dal suo entusiasmo, dall’onestà da uomo semplice e capace che gli vedeva negli occhi. E così hanno fatto i suoi ragazzi, che in lui hanno trovato una guida intelligente e uno sguardo umano, attento a quei piccoli dettagli che sanno fare la differenza. Un rimbrotto stretto in una carezza a Keita, per accoglierlo a casa dopo la marachella; una nuova dimensione per Anderson; la saggia, affettuosa dedizione ai suoi giovani, e allora ecco sbucare sul campo gli sguardi acerbi di Thomas, Cristiano, Alessandro, Luca. Per ognuno di loro, al momento giusto, ha preparato una gioia da prendersi e conservare per sempre. Una gioia da laziali.
Sotto la sua guida è fiorito e sbocciato un gruppo di scugnizzi e sergenti, di capitani coraggiosi e senatori dal cuore forte, un gruppo di genio e sregolatezza e rigore e sfrontatezza. Un gruppo diventato famiglia.
Perché con Simone è stato un po’ come tornare a casa. Vedere un volto amico dopo tanto tempo, sapere che su quel volto c’è incisa tanta, tanta Lazio: la felicità ubriaca per il 14 maggio, le grida per gli altri trionfi, le lacrime per il baratro sfiorato e il sudore della lenta, sofferta rinascita. Come non fidarsi di un viso che porta con sé i segni di diciott’anni di Lazio?
E “casa” è stato l’Olimpico, “casa” sono stati gli spalti di nuovo gonfi di bianco e celeste, “casa” sono stati i lazialissimi Tommaso e il piccolo Lorenzo, che sul prato verde vola per venire incontro al papà e poi festeggiarlo tra le sue braccia. “Casa” è stato il sapore di ogni piccolo, grande trionfo. Come tornare a battere la Roma dopo il 26 maggio, in campionato e Coppa, e ribadirsi unici padroni delle sponde del Tevere. Resterà indimenticabile, e simbolica, la sua sgaloppata a bordocampo quasi ad accompagnare Immobile in porta: la grinta di un uomo rimasto ragazzino, un allenatore ancora calciatore, un mister che è il primo tifoso della sua squadra, grazie all’entusiasmo di chi rincorre il pallone come fosse il suo personalissimo aquilone.
Quest’anno si è arrivati lì. Al principio del sogno. Lo abbiamo stretto come un filo esile che alla fine ci è sfuggito di mano. I sogni in fondo assomigliano ad aquiloni: bisogna insegnargli a volare. E imparare a non avere paura del vento.
C’è  tempo per crescere ancora: se tutto andrà come deve, ci riproveremo, Simone. E sarà quello il momento in cui questa tua giovane, bellissima Lazio sarà diventata grande davvero. Tra aquile e aquiloni…

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