Esclusiva Di Canio: “Sarebbe stato bellissimo morire dopo il gol al derby”. E su un possibile ritorno in società…

Di canio lazio

Laziale, come è sempre stato. Di Canio è sempre uguale. Ieri sono apparse sui social alcune sue dichiarazioni rilasciate durante la terza edizione dell’incontro «Sport tra epica ed etica», presentato da Marco Mazzocchi al Brancaccio, in cui vari sportivi si confrontano (oltre all’ex biancoceleste era presente l’alpinista Simone Moro), ma Laziopolis ha avuto la possibilità di parlarci anche in privato. La serata con Di Canio fra palco e breve chiacchierata successiva, è stata particolarmente laziale: «I due gol che ho segnato nei derby sono speciali ed emozionanti, seppur completamente diversi – ha raccontato –. Nel 1989 provai un’emozione travolgente. Quella era una Lazio povera, che non vinceva un derby dal 1979. Esultai imitando Chinaglia, andando a sfidarli sotto la Curva Sud». Nel 2005 segnò ancora, sempre nel derby, sempre sotto la Curva dei romanisti, o dei “romanari”; come dice scherzando (e sottolineando di avere molti amici e parenti della Roma): «Quella volta non scavalcai i cartelloni perché ero vecchio, avrei rischiato una brutta figura. Guardando il filmato del gol mi impressiona il boato della gente. Forte, compatto, assordante. Eppure io non sentii nulla. Per me lo stadio era vuoto. Sentivo solo il silenzio dei romanisti». Ed era assordante.

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Quelli i due gol più intensi della sua carriera: «Ho bisogno di prepararmi agli eventi riflettendoci su – ha spiegato –. Già al terzo anno di professionismo pensavo a come sarebbe stato il ritiro. Oggi penso alla morte. E devo dire che morire dopo aver segnato il secondo gol alla Roma sarebbe stato perfetto. Non subito dopo, ma al termine della serata di festeggiamenti con i laziali». Di Canio però ammette anche di essersi pentito di aver fatto il saluto romano dopo quella partita: “Non lo rinnego, ma me ne pento. Capii di aver sbagliato quando mia figlia Ludovica, in un tema sul papà, mi descrisse come il migliore al mondo che però aveva sbagliato a fare quel gesto”. Nonostante la sua lazialità, Di Canio spiega che il suo successo più grande è arrivato ai tempi del West Ham: “Sono fiero di aver rifiutato il Manchester United, quello di Ferguson, per restare agli Hammers. Loro mi avevano accolto bene, non volevo tradirli. Ma rifiutare quel Manchester non era semplice”.

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Una passione quella per la Lazio alimentata dall’amore per Giorgio Chinaglia: «Era il mio mito – ricorda –. Le immagini in bianco e nero, i gol, lo scudetto. Era inarrivabile. Il mio idolo invece era Bruno Giordano. Lui lo potevo toccare con mano, lo sentivo vicino a me». Un pensiero anche a Simone Inzaghi, con cui litigò per chi dovesse battere il rigore contro la Sampdoria alla prima di Di Canio dopo il ritorno alla Lazio: «Per come conoscevo Inzaghi – racconta –, non pensavo potesse diventare un uomo spogliatoio e un allenatore così preparato. Ha cambiato atteggiamento rispetto a quando giocava. È stato bravo, perché è riuscito a far emergere le sue qualità in poco tempo». A chi gli chiede quando tornerà a casa, cioè alla Lazio, Di Canio ha risposto: «Vivo a Roma. Sono a casa». Uscito dal teatro, decine di laziali ad aspettarlo, per fargli firmare la maglia con il numero 9 e la scritta Di Canio. E per ringraziarlo per i gol ai derby. Ecco perché non ha bisogno di lavorare per la Lazio per sentirsi a casa.

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